L’editoriale: esport e comunicazione

L'editoriale: esport e comunicazione

Il mondo dell’esport italiano trova la sua più grande debolezza nella comunicazione al pubblico

Esport in Italia: ne abbiamo già iniziato a parlare in una rubrica settimana scorsa in cui chiedevamo alla community gli anelli deboli della catena italiana, ma qualche considerazione da un altro punto di vista possono essere interessanti. 

Posso avere l’ambizione di prendermi la briga di parlarne dopo aver collaborato attivamente alla gestione comunicativa di eventi come i Red Bull Factions e tanti altri eventi in cui MOBA ha collaborato, pur non essendo un veterano nella scena italiana esportiva (sono attivo da inizio 2016 nel campo del social media e community management per MOBA). Cercherò poi di concentrarmi sul videogioco che più ha “successo” in Italia, League of Legends, per il semplice motivo che è lì che ho focalizzato la mia attenzione principale durante il mio percorso.

Sebbene questo titolo sia globalmente uno dei più apprezzati, in Italia è sicuramente quello che raduna il maggior numero di viewers interessati all’esport e allo streaming. Giochi come CSGO, Dota 2 e Overwatch sono molto più in primo piano in altre parti del mondo rispetto che in Italia: basti pensare a TwitchTV Italia, dove solo gli youtubers riescono a portare titoli diversi da League of Legends o Hearthstone ottenendo un buon successo, salvo particolari eccezioni.

Ma quindi cos’è che manca a tutti i titoli esport per avere un concreto interessamento del pubblico? Com’è che con i numeri che fa LoL su Twitch non si riesce ad avere un campionato in Italia che faccia viewers quanti gli LCS o i top streamer del titolo?

Qualcuno risponderebbe che è il livello italiano ad essere basso, ma sarebbe una bugia dire che siamo completamente su un altro livello. Per quanto non abbiamo visto nessun team italiano reggere il confronto alle Challenger Series (salvo il Team Forge di Jiizuké con innesti coreani), il lavoro da parte delle organizzazioni c’è e si vede. Proprio il Team Forge si propone come incubatore di talenti e riesce sempre a portarli ad un livello particolarmente alto grazie al know-how che ha dimostrato di avere in questi due anni.

Ci sono altre organizzazioni giovani e dinamiche che vale la pena citare: possiamo parlare del Team Qlash, che ha iniziato una campagna comunicativa notevole e di brandizzazione del marchio ad un livello finora ignoto in Italia, ma anche di Outplayed con la collaborazione con i WaR internazionali che ha portato un po’ di Italia perfino all’IEM di PUBG.

Ma quali sono i punti deboli dei tornei e delle squadre italiane di League of Legends? Prima di tutto, la comunicazione. Facebook è uno strumento potente ma molto imperfetto per le comunicazioni team/tornei con gli spettatori: i post, se non tramite gruppi facebook, sono quasi inutili, diciamoci la verità. Facebook è ormai un sito di memes, le intere bacheche dello spettatore medio non riescono a dare visibilità all’esport.

Cosa manca quindi ai tornei italiani che troppo spesso fanno numeri bassi? Qualcuno risponde influencers, ma è davvero la soluzione? Gli influencer sicuramente aiutano sempre alla visibilità, ma quando c’è qualità nel lavoro sia nel lavoro stesso che nella comunicazione allora non ci dovrebbero essere questi problemi.
Gli influencer hanno il grosso vantaggio (oltre alla visibilità che hanno) che riescono molto più di qualsiasi pagina a promuovere iniziative per la via principale di comunicazione al pubblico italiana, Facebook. Basti pensare come i contenuti non formali che un’organizzatore non si può permettere, ma un influencer sì, siano messi in primo piano da Facebook stesso e riescano a raggiungere un’utenza molto più ampia. Si potrebbe discutere molto su questo aspetto, ma possiamo dire che anche il fatto stesso che ormai in molti casi un profilo riesce ad avere una portata superiore ad una pagina rende le cose più semplice per una persona fisica come un influencer.

Quindi qual è la soluzione? Prima di tutto ascoltare la community e avere tanta tanta interazione, far sentire che quello che si fa lo si fa per portare un servizio che possa piacere allo spettatore. Va enfatizzato molto il “far sentire”, è quello l’aspetto chiave: è molto importante che sia lo spettatore a sentirsi così, non che venga fatto lasciando però vedere freddezza. Si parte dal concetto che tutti coloro che lavorano negli esports lo facciano per piacere, non per soldi.

Ma è il lato comunicativo che lascia a desiderare e una soluzione a tutto ciò non posso certo darla io. Quel che posso fare è indicare una mia idea di come potrebbe evolvere la scena comunicativa italiana per dare una mano a tutti perchè l’informazione venga data bene e ricevuta altrettanto bene. Che sia messo a verbale che non sono qui per dire ai Social Media Manager come fare il proprio lavoro, l’articolo è pensato per descrivere un’evoluzione della scena che renderebbe più facile sia dare che ricevere informazioni.

In questi giorni ho iniziato in prima persona ad usare Twitter, Instagram e Telegram attivamente con Gazzetta: sono social potentissimi per la comunicazione di notizie e informazioni utilissime. Telegram si aggiunge in maniera molto diversa, perchè senza altri social che comunichino il link dove andare a cercare le notizie è praticamente inutile. Ma una volta che qualcuno è in un canale telegram allora non può perdersi una notizia ed è per questo utilissimo.
Apriamo una brevissima parentesi sui canali telegram per i meno informati: sono dei gruppi, come potrebbero essere quelli di whatsapp, in cui solo chi è admin può pubblicare. L’integrazione con bot poi, che permettono di trasformare il tuo messaggio in cento modi, lo rende un potentissimo strumento dinamico nelle mani di chi sa usarlo. La pecca è che ci si deve entrare nel canale, quindi lascia il tempo che trova finchè non c’è una base comunicativa iniziale.

Torniamo quindi a parlare di instagram e twitter, due social utilissimi che hanno pur problemi gravi ma diversi.

Twitter è la piattaforma comunicativa. Punto. Non c’è molto altro di cui discutere perchè è l’ideale per qualsiasi comunicazione esportiva da parte di team, giocatori, organizzatori di eventi e tutti coloro che vogliano dire la propria opinione su qualcosa in una maniera meritocratica e non confusionaria e paritaria come Facebook. Siamo nel 2017 e dire che non essere al pari degli altri è un male e può essere visto con cattivo occhio, ma cercando di non essere prolisso posso tranquillamente dire che le opinioni delle persone contano quando supportate da fatti, esperienza e conoscenza di cosa si sta dicendo (il tutto ritoccato da un pizzico di umiltà), altrimenti non sono opinioni ma parlare a vanvera di qualcosa che non si conosce. Facebook con i suoi commenti tende a dare sempre la stessa visibilità a tutti, mentre twitter ha il pregio di poter evidenziare commenti rilevanti tramite retweet. Qualcuno potrebbe venire a contestare il ragionamento dicendo che in varie pagine c’è il “ordina per rilevanza”, che ordina per likes o risposte al commento, ma stiamo parlando di Facebook in Italia: le pagine hanno l’importanza che hanno, e sono i gruppi il punto focale di discussione.
Beh idilliaco a leggersi così, perfetto. Il problema è che è “noioso” e il pubblico (italiano!) magari ha pure un account twitter, ma non lo usa mai. Non c’è un vero e proprio motivo per andare su twitter per gli italiani.

Instagram si pone come un social dalla portata spaventosa sotto vari punti di vista: perfino le storie sono un mezzo straordinario per interfacciarsi e fare comunicazioni veloci a tutti. Lo ha tranquillamente dimostrato Pedriny, che riesce a portare tantissime informazioni su competizioni italiane e non in una storia da 10 secondi scarsi che in primis non pesa al pubblico e in secundis è personalizzabile e visivamente accattivante. Catchy, potremmo dire.
I post hanno qualche problemuccio: c’è ancora da risolvere un problemino di linking, quindi qualcuno potrebbe dire storie > post in tutta tranquillità sotto il punto di vista comunicativo. Rimane però il fatto che le storie scompaiono e non diventano post dopo 24h, non quindi c’è una memoria storica di tutto ciò che si è fatto e si perdono le informazioni rilasciate con il tempo se ci si affidasse solo a queste.

Instagram quindi non è l’ideale per mezzi come la Gazzetta di rilasciare informazioni: in soldoni, scriviamo troppo (non che sia un male, assolutamente) e le immagini non sono il tipo di contenuto che meglio ci rispecchia. Ma è un interessante sbocco sul pubblico che non ci sentiamo di non tentare.

Il nostro motto è (per quanto possa sembrare poco incisivo a primo impatto) “Diffondiamo la cultura del gaming”. Ed è così: non ci interessa altro se non proporci come nuovo mezzo di riferimento di tutte le community. E basta guardare la quantità di ads che abbiamo sul sito per capire quali siano i motivi che ci spingono (spoiler: non ce ne sono).

L’editoriale proposto si pone come un flusso di coscienza che ben si ricollega all’entrata de La Gazzetta degli Esports sui mezzi di comunicazione trattati. Finora non sono stati pubblicizzati perchè fornire un prodotto completo e preparato è la nostra ambizione.

A questo punto però, vale la pena annunciarli ufficialmente e renderli noti al nostro pubblico:

Twitter
Ci trovate QUI. Pubblicheremo tutti gli articoli anche su twitter, oltre che contenuti particolari, sondaggi e saranno presenti tanti retweet.

Instagram
Ci trovate QUI. L’intenzione è rapportarci al pubblico in maniera più immediata tramite storie e posting, con il tempo troveremo la giusta via tra lo “spamming” e la timidezza comunicativa di una piattaforma difficile come questa.

Telegram
Ci trovate QUI. Per adesso vedrete solo articoli, ma adesso che siamo diventati di pubblico dominio vi allieteremo del nostro spam anche lì, sempre cercando di non oltrepassare nessuna linea.